giovedì 8 ottobre 2009

The Stone Roses "The Stone Roses"







Premettiamo che questo video qui sopra mi fa morire dal ridere. Detto questo c'è poco da aggiungere. Un disco sul quale sono state spese milioni e milioni di parole, giuste o sbagliate che siano, l'album è un classico, e i classici non vanno dimenticati. Anzi. (1989 Silverstone)


Manchester, 400.000 abitanti, è considerata la terza città dell'Inghilterra. E' qui che Bernard Manning in combutta con Tom Wilson e Rob Gretton, rispettivamente comico fallito, gran capo della Factory Records e manager dei New Order, aprono il 21 maggio 1982 quello che nel giro di quattro anni passerà da noioso locale black indietro sui tempi a leggendario tempio della rave culture: l'Haçienda.
E' dalla miscela esplosiva composta dalla house-music d'oltreoceano, dal revival del "jangle pop" che si stava diffondendo (Jesus And Mary Chain, Primal Scream, ma anche Echo And The Bunnymen) e dall'influenza delle band locali (New Order e Smiths su tutte) che, assieme alla "seconda summer of love", nasce la scena "Madchester", destinata ad abbattere le barriere tra rock e dance e a influenzare profondamente la musica inglese (e non solo) degli anni successivi.
Il primo album degli Stone Roses è spesso indicato come manifesto della scena, ma a dir la verità l'importanza dell'elemento dance è molto più evidente nei dischi di Happy Mondays, 808 State, A Guy Called Gerald. Senza dubbio il debutto degli Stone Roses è stato estremamente influente, sia per gli immediati esempi di imitazione (The Charlatans, Northside, The Mock Turtles), sia perché può essere considerato l'iniziatore dell'ondata brit-pop del decennio successivo (difficile immaginare i vari Blur, Verve e Oasis altrimenti) che, in misura forse minore, per l'impulso dato al "big-beat" di Chemical Brothers e Fatboy Slim.
Ben prima di essere un disco importante, più o meno rappresentativo e "miliare", l'omonimo disco degli Stone Roses è un capolavoro, solare, magico e vitale in maniera unica e inimitabile.
Ad aprire le danze, su un soffuso fondo di rumore, è "I Wanna be Adored". Ipnotica e trascinante, quasi shoegazer, la canzone (come poi tutto il disco) è forgiata da una sezione ritmica d'eccezione, la coppia Mani-Reni, rispettivamente basso e batteria, inscindibile, sempre ricca di estro e inventiva pur senza minimamente cadere nell'esibizionismo. Su questa base ritmica, solo apparentemente in secondo piano (ma tutte le frasi ruotano attorno al doppio colpo sul charleston!), si innestano gli hook chitarristici di John Squire, che tesse intrecci tanto irresistibilmente immediati quanto accuratamente giocati sull'aspetto timbrico. Nel frattempo, Ian Brown canta: "Voglio essere adorato, tu mi adori". Come non dargli ragione? In "She Bangs The Drums" l'atmosfera cambia radicalmente: l'apertura è ancora lasciata a basso e batteria, ma quest'ultima prende una direzione decisamente più dance, e d'altronde anche la melodia è spensierata, carica di ottimismo, così come lo sono gli accordi aperti di chitarra, arpeggiati con il riconoscibilissimo stile, molto sixties (quasi byrdsiano) di Squire.
La trasognata spensieratezza diventa addirittura commovente in "Elephant Stone", presente solo nell'edizione americana e pubblicata in Gran Bretagna solo come singolo, peraltro prodotto da Peter Hook dei New Order. Davvero impossibile scindere gli elementi, impeccabilmente incastonati in questo piccolo gioiello pop: batteria e basso in pari, meccanici, sono il motore del pezzo assieme all'arpeggio mozzafiato di Squire, che tocca qui la sua vetta più alta. La voce, sovraccaricata di riverbero e aiutata dai controcanti, segue una di quelle melodie che al primo ascolto fanno domandare a sé stessi: "Come ho fatto fino ad ora a stare senza?". Forse ancora migliore è la versione presente su "Turns Into Stone", introdotta da una teoria di piatti, anche riprodotti al contrario, su cui Mani e Reni costruiscono man mano l'impeccabile base ritmica.
La ricetta per "Waterfall" è la consueta, ma spicca l'assolo di chitarra, sempre a metà tra l'arpeggio e il solo melodico e ricco di cambi timbrici, accompagnato dalla prima delle numerose "fughe" ritmiche del disco. La traccia successiva, "Don't Stop", non è altro che "Waterfall" mandata al contrario, con sovraincise parole ispirate, per l'appunto, da quelle di "Waterfall" ascoltate all'indietro. Sorprendentemente, il pezzo è ben riuscito, ha una sua autonomia e deve essere piaciuto tanto ai Chemical Brothers.
"Bye Bye Badman" ha qualcosa dei Beach Boys più malinconici, con un ritornello di immediata presa e una bella coda, dove ancora ritroviamo la "fuga" della sezione ritmica accompagnata dai ricami di Squire. La successiva "Elizabeth My Dear" è una ripresa del tema popolare di "Scarborough Fair Canticle", reso celebre da Simon & Garfunkel, condita con un testo alquanto provocatorio nei confronti della Corona.
Ormai si è capito come funziona il gioco, ma nonostante questo anche "(Song For My) Sugar Spun Sister" riesce a cogliere nel segno, con un suono leggermente più energico, la voce raddoppiata e il solito ottimo ostinato di basso.
Le prime note della melodia di "Made Of Stone" non possono non ricordare il tema di "Paint It Black" dei Rolling Stones, e tutta la canzone è immersa in un'atmosfera sixties, resa in qualche modo decadente dalle armonie discendenti, cui fanno da contraltare l'esuberante ritornello "Sometimes I fantasise ..." e la batteria in controtempo. "Shoot You Down", ancora più retrò, dà una decisa calmata al brio fino ad ora imperante, con il suo lento incedere, ricco di stop'n'go, su una progressione da primi anni Sessanta.
L'aria cambia completamente fin dalle prime note del maestoso arpeggio di "This Is The One", altra gemma del disco. A una lunga parte praticamente senza batteria (che entra ogni otto battute ad accentuare la cadenza plagale sol-re), segue una seconda metà giocata tutta sull'interplay di batteria e chitarra, coronato da una melodia che rimanda vagamente ai primi Beatles ed è rafforzata dalle armonie vocali sovraincise.
Il brano che conclude l'originale inglese del disco è la stupefacente "I Am The Resurrection", che si apre ancora in territori beatlesiani, scanditi da una memorabile quanto semplice frase discendente di basso. A metà brano, però, arriva la più grande rivoluzione ritmica del disco: dopo una "falsa fine", il basso attacca un nuovo tema, a cui risponde una batteria più sincopata e spezzata che mai, su cui Squire trova spazio per i suoi ghirigori timbrici, questa volta con una venatura decisamente funky e distorta. Di punto in bianco, ci si ritrova nel bel mezzo di un rave, ed è evidente quanto questo brano influenzerà, ritmicamente e non solo, il "big beat" a venire.
A chiudere la versione americana dell'Lp è il singolo "Fools Gold", il brano più famoso degli Stone Roses, nonché il più evidentemente influenzato dalla musica dell'Haçienda, presso la quale terranno un leggendario concerto. Il brano è una sorta di lunga jam, che mette in luce tutta l'inventiva e l'abilità di Reni (pare che alla sua uscita dal gruppo il brano non fu più riproposto dal vivo, perché il nuovo batterista non riusciva a riprodurne il drumming così dinamico e complesso) e l'estro di Squire, come al solito alle prese con un cumulo di effetti alternati in un delirio funky.
Ai lati del pezzo, ma altrettanto fondamentali, stanno l'orecchiabilissima linea di basso di Mani, a cui tocca il compito di fornire la melodia al brano, e la calma nenia di Ian Brown, che più che cantare sussura fra sé e sé. (Marco Sgrignoli - http://www.ondarock.it/)



- I Wanna Be Adored
- She Bangs The Drums
- Elephant Stone
- Waterfall
- Don't Stop
- Bye Badman
- Elizabeth My Dear
- Sugar Spun Sister (Song For My)
- Made Of Stone
- Shoot You Down
- This Is The One
- I Am The Resurrection


STONE ROSES

2 commenti:

  1. la mia bibbia...
    ho detto tutto!!!!

    Lester

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  2. Beh..con una bibbia così sei sempre sulla retta via!!!
    Che Dio ti benedica!!

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