sabato 23 marzo 2013

Il ritorno degli House Of Love


E' bello tornare a casa, dopo una giornata di lavoro o di fatti nostri, e sentire le voci di qualcuno di famigliare, risentire quella sensazione di benessere che ti danno le cose e le persone conosciute. Avevo già usato in una vecchia recensione questa metafora "famigliare", ma credo sia veramente indicativa di quello che la musica può trasmettere, o meglio, di quello che certi gruppi sanno dare. Perchè ovviamente non con tutti si realizza questa magia.

Ecco al primo assaggio di questo nuovo disco degli House Of Love lo spirito che mi ha pervaso è stato quello di tornare fra amici, quelli veri, quelli di cui hai la foto sul comodino o un album fotografico dedicato solo a loro: la chitarra elegante, incisiva e ariosa di Terry Bickers e quella voce, così calda e profonda, che da sempre ha contraddistinto la carriera di Guy Chadwich. Elementi che ti fanno stare bene, al sicuro.

Gli House Of Love sono tornati e questa volta, lo posso affermare senza timori di smentite, con più determinazione rispetto al disco del 2005, quel "Days Run Away" che aveva sancito una riappacificazione, ma non mi pareva particolarmente ispirato, forse perchè troppo all'insegna del "vogliamoci bene dopo tutti questi anni e andiamo con i piedi di piombo".
Qui invece le cose sono state fatte bene, con maggiore cognizione di causa, con Pat Collier che i due fenomeni li conosce decisamente bene, e sopratutto con una bella e grande voglia di suonare. Si, questo ci sento in quest'album: un desiderio di aprire lo scrigno del guitar pop, fatto di arpeggi, di ballate gentili, di chitarre acustiche che indicano e tracciano la melodia, di profumi country, di brani più tirati e sostenuti alternati ad altri più eterei. E se torna questo spirito positivo arriveranno anche le belle canzoni. Non c'è il colpo ad effetto, non c'è una volontà di stupire, non c'è una Christine o una Destroy The Heart, ma è la compattezza che vince, lo stile sobrio di Bickers che sa sporcarsi ancora di rumore (PKR, vecchio brano ripreso qui in una nuova veste) o di grinta rock (Never Again o il singolo A Baby Got Back On Its Feet) ma anche di toccante epicità e radiofonia (Holy River).

Ti ritrovi ad ascoltare magie senza tempo come la title track, ballata educata, semplice in apparenza eppure tremendamente efficace. Ci si potrebbe anche fermare a pensare a che cosa renda bello questo disco: la risposta l'ho accennata sopra. E' l'alchimia ritrovata, è l'unità d'intenti tra questi due artisti che emerge, è la voglia di realizzare ancora bene quello che sanno fare. Poi certo, niente che faccia gridare al miracolo, ma tutto così sincero e vero che non si può che apprezzare. Perchè di questo ne sono certo, gente come Terry e Guy non ha mai mentito in carriera, avranno fatto scelte assurde, rischiose o mosse da un ego decisamente grande, ma la presa in giro all'ascoltatore non è mai appartenuta a loro, mai!

Profumi di passato in Low Black Clouds, così come in Trouble in My Mind, solo chitarre e voci, che commuove da tanto nuda e disarmante ce la ritroviamo davanti.
Mi ricordo quando ascoltai per la prima volta gli House Of Love una vita fa. Mi sentivo in paradiso, stordito e senza fiato. Ora forse la capacità di far volare è scemata, ma ancora sanno spingere il mio sguardo verso l'alto, con la stessa luce negli occhi, riaccesa dopo le prime note...

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